A proposito della collaborazione scientifica israelo-palestinese

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CESIO – Centro Servizi Informazioni Ateneo

23.07.2010

http://www.pacbi.org/etemplate.php?id=1303

 

Perche' non credo che i progetti di collaborazione scientifica
israelo-palestinesi portino alla riconciliazione e alla pace tra i due popoli. 

di Angelo Stefanini 

Un caro amico mi scrive stupito per il comunicato della "Campagna degli Studenti Palestinesi per il Boicottaggio Accademico di Israele" (PSCABI) e dell'"Associazione dei Docenti Universitari Palestinesi" (UTAP)[i] che disapprova il progetto di collaborazione tra l’universita' La Sapienza di Roma, l’universita' palestinese Al Quds di Gerusalemme e tre universita' israeliane. L'iniziativa e' patrocinata dalla Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Esteri italiano con il sostegno dell'UNESCO. 

Mi scrive: "...io avevo visto con favore un tentativo di avvicinamento attraverso gli studi tra studenti palestinesi e israeliani. Naturalmente dipende dagli equilibri numerici e il contenuto dell'insegnamento (la sua obiettività). Pur essendo completamente d'accordo sul boycott verso l'attività governativa (e certa cultura israeliana), io sono convintamente dell'opinione che è attraverso l'educazione delle  future generazioni alla tolleranza, alla convivenza e finalmente alla condivisione che si costruisce la pace. Naturalmente ci sono delle premesse politiche e strutturali che vanno affrontate su altri piani (Gaza, assedio, repressione, muri,  colonie in territorio palestinese, etc..)...”

                                                                      israel-palestineab

 


Questa e' la mia risposta: 

Sono naturalmente d’accordo sulla necessita’ di educare i giovani alla tolleranza, alla convivenza e alla mondialita’ per costruire la pace, anche creando opportunita’ di incontro e di scambio che superino l’“oggetto della contesa” tra avversari. Sono anche convinto, tuttavia, che per ottenere risultati sia necessario lavorare in territori neutri, equidistanti e simmetrici. Per neutralita’ non intendo tanto la localita’ geografica o nemmeno il contenuto su cui fare incontrare le parti. 

La scienza e la medicina sono spesso utilizzate come terreno e contenuto neutrale utile per fare incontrare i contendenti, nella certezza che esse possano servire da veicolo per scambiare non solo conoscenze e tecnologie, ma anche valori comuni all’intero genere umano destinati a fare scoccare la scintilla della pace. E cosi’ nascono progetti come “Health as a Bridge for Peace”, “Science for Peace” e lo sventurato, a mio avviso, e inevitabilmente travagliato “Saving Children - Medicine for Peace” delle regioni Toscana ed Emilia-Romagna con il Peres Centre israeliano. 

L’argomento della scienza come ponte per la pace potrebbe essere giustificato, a mio parere, nelle situazioni conflittuali che nascono da uno “scontro di civilta’”, allorquando gruppi umani sono in contrapposizione e vengono alle mani (o alle armi) per ragioni sostanzialmente di incomprensione o perche’ sono vittime di pregiudizi storici, ma che si trovano tuttavia in una situazione di sostanziale simmetria in termini di potere (politico, economico, militare, mediatico, culturale, ecc.). E’ soltanto in tali condizioni che puo’ nascere un dialogo genuino che si fondi soltanto sulla forza delle ragioni e in cui le divergenze possano essere superate attaverso una migliore conoscenza reciproca. 

Converrai che i casi di autentica equidistanza sono ben rari. E non e’ certo quello di Israele e Palestina. E’ proprio qui che invece viene compiuto un errore colpevole, frutto non solo di superficialita’ e negligenza da parte nostra, ma anche dell’abile strategia di occultamento e mistificazione utilizzata dalla propaganda ufficiale di Israele in tutti questi anni. Uno dei suoi maggiori successi degli ultimi decenni e’ il quasi totale oscuramento della realta’ storica e politica dell’occupazione del territorio palestinese da parte di Israele. Ci sono voluti i cosiddetti “nuovi storici israeliani”, come Benny Morris, Avi Shlaim e Ilan Pappe’, per riscrivere criticamente pagine fino ad ora considerate “eroiche” dello Stato di Israele. Giornalisti ebrei israeliani coraggiosi come Amira Hass o Gideon Levy sono tuttora vagamente conosciuti e quasi soltanto dagli attivisti pro-palestinesi in Italia o all’estero. 

Un’indagine per le strade di Bologna o di Milano probabilmente rivelerebbe che soltanto una minoranza della popolazione e’ conscia (nel senso che almeno una volta si e’ soffermata seriamente a considerare che cosa significa in pratica) del fatto che da 43 anni lo Stato di Israele sta occupando militarmente, e a tutti gli effetti politicamente ed amministrativamente, una terra che la comunita’ internazionale ha assegnato al popolo palestinese. E tra coloro che ne hanno sentito parlare, quanti veramente conoscono le crudeli conseguenze quotidiane che tale occupazione porta con se’ e le politiche coloniali e di discriminazione perseguite da Israele nei confronti dei palestinesi, sia nel territorio occupato che all’interno della "grande democrazia israeliana", che anche l’ex-presidente Jimmy Carter e' giunto a definire apartheid? 

Il successo che Israele ha ottenuto e ancora mantiene nel promuovere la sua narrazione della storia recente e il suo linguaggio come l’unico corretto e’ frutto anche dell’opera di “normalizzazione” condotta, piu’ o meno intenzionalmente, su diversi fronti e che porta a legittimare lo status quo attuale, a descriverlo come “normale”, appunto, e quindi accettabile per quello che e’, o che sembra essere. Ecco allora perche’ gli studenti palestinesi scrivono che “partecipare in progetti, iniziative o attivita’ locali o internazionali che mirano a mettere insieme, direttamente o indirettamente, giovani palestinesi o arabi con israeliani (sia individui che istituzioni) ma non sono esplicitamente intesi a resistere o denunciare l’occupazione e tutte le forme di discriminazione e oppressione inflitte al popolo palestinese” equivale a normalizzare la situazione attuale e va quindi contrastato.” 

La triste realta’ e’ invece quella di una potenza occupante e di un popolo oppresso in violazione di svariate risoluzioni delle Nazioni Unite. Un sostanziale aspetto che spesso sfugge di questa realta’ e’ che le istituzioni del potere occupante, comprese le universita’ e i centri di ricerca, fanno parte integrante delle strutture di dominio, di controllo e di “normalizzazione”. Delle reali intenzioni di organizzazioni come il Centro Peres per la Pace, tanto corteggiato dai promotori dei progetti per la pace e la riconciliazione, cosi’ scrive Meron Benvenisti, ex vice-sindaco di Gerusalemme: “Nell’attività del Centro Peres per la Pace non c’è nessuno sforzo palese compiuto per un cambiamento dello status quo politico e socioeconomico nei Territori Occupati, ma proprio l’opposto: gli sforzi sono fatti per addestrare la popolazione palestinese ad accettare la sua inferiorità e prepararla a sopravvivere sotto le costrizioni imposte da Israele per garantire la superiorità etnica degli ebrei.” (Ha’retz, 30.10.08) 

Credo quindi che sia legittimo denunciare come pericolose e rifiutarsi di partecipare ad iniziative che, se non riconoscono esplicitamente i diritti inalienabili dei palestinesi e non denunciano con forza l’ingiustizia dell’occupazione, della colonizzazione e della discriminazione a cui una delle due parti e’ soggetta, finiscono per dare una falsa immagine di uguaglianza tra i due contendenti, spalmando di una vernice di legittimita’ e magnanimita’ l’immagine pubblica di Israele. 

Io stesso rimasi vittima di questa trappola quando nel 2002, allora rappresentante dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per il Territorio Occupato, mi feci promotore entusiasta di una rivista di sanita’ pubblica prodotta da medici israeliani e palestinesi. “Bridges”, cosi' si chiamava, avrebbe dovuto appunto gettare “ponti di pace” tra le due societa’ aiutando il dialogo reciproco, a partire dai professionisti sanitari. Ben presto apparve chiaro il divario esistente tra le due parti. Cio’ che mi colpi’ soprattutto fu il rifiuto dei medici e degli accademici israeliani ad affrontare temi “sensibili”, come appunto l’impatto sulla salute di occupazione, discriminazione e colonizzazione, pur utilizzando un approccio evidence-based e fonti bibliografiche ineccepibili. E’ quello che invece da due anni sta facendo la rivista medica The Lancet. 

Era ovvio fin dall’inizio che in conflitti di questo genere non e’ possibile essere neutrali, che cioe’ i tuoi valori, la tua visione della vita, il tuo cuore ti costringono inevitabilmente a prendere una posizione: quella del piu’ debole e dell’oppresso. E’ tuttavia indispensabile essere imparziali, ossia fare in modo che gli stessi standard obiettivi siano applicati nello stesso modo ad entrambe le parti, cercando di condurle entrambe al tavolo dei negoziati. Allora compresi ben presto che i ponti che credevo di gettare erano sbilenchi, che per una delle due parti il percorso era stretto e tutto in salita e per l’altro largo e tutto in discesa; che una ci guadagnava e l’altra ci perdeva. 

Negli anni mi sono convinto che queste iniziative, per quanto il piu’ delle volte frutto di buona fede, servono soltanto a promuovere l’immagine falsa di un Israele “democrazia illuminata” oscurando il fatto che essa e’ una enorme potenza militare e nucleare che giustifica la sua costante violazione della legislazione internazionale umanitaria e sui diritti umani come legittima difesa nei confronti di una nazione, quella palestinese, senza esercito e privata del controllo su beni e mezzi (come territorio, tempo, risorse umane e naturali) essenziali per potersi gestire in modo davvero autonomo e indipendente dall’aiuto esterno. 

Resistere a questa subdola opera di normalizzazione e legittimazione di una situazione inaccettabile vuol dire lavorare per l’educazione non solo dell’oppresso, ma anche dell’oppressore. Quest'ultimo, infatti, vede come oppressione su di se’ tutto cio’ che limita il suo diritto di opprimere poiche' non gli permette di “stare in pace”. E’ necessario che l’ingiustizia perduri affinche’ possa agire come “generoso”, mettendosi con magnanimita’, ma ben conscio della sua superiorita', al tavolo della collaborazione “scientifica” con l’oppresso. Al contrario, la conquista implicita del dialogo è quella del mondo che i due soggetti realizzano insieme. Come diceva Paulo Freire, nessuno si salva da solo ma insieme all'altro. 

Troppo spesso la tattica usata da molti di noi per evitare possibili conflittualita’ e' il silenzio e l’inazione (diciamo pure l'ignavia). Come quando si contribuisce a cancellare con il linguaggio l'occupazione israeliana utilizzando il termine “Territori Autonomi Palestinesi” anziche' quello ufficiale di “Territorio Palestinese Occupato” (impiegato da Nazioni Unite e Unione Europea). 

Scriveva il magistrato Dante Troisi (1920-1989): 

"…quando dovrà giudicarci, Dio stesso si troverà a disagio, tanto abile è la commistione di bene e male, così perfetta la nostra tecnica dell’approssimazione all’uno e all’altro estremo. Ogni giorno ci adoperiamo ad intricare il processo che ci aspetta, mescolando ignavia e coraggio, angoscia e superbia e umiltà, sicchè l’esistenza diventi un groviglio inestricabile, e soprattutto non sia più di un crepuscolo: se verso la notte o il giorno, toccherà di interpretarlo al Signore. Il quale, certamente, non vorrà degradarsi, competere con noi, giocolieri del compromesso, ed esigere un rendiconto: ci lascerà passare, scrollandosi nelle spalle."

 



                  

Ultimo aggiornamento Lunedì 09 Agosto 2010 09:49

 
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